Riporto per intero un ottimo articolo di JungItalia.it, cliccate sul link per dare un’occhiata ai libri consigliati sul tema.


Credere non serve a nulla,
mette fuori campo l’esperienza diretta

La parola credere proviene dal latino e sta a significare “prestare fede”, “affidare”. In tale accezione il termine indica un far proprio qualcosa di cui non si è fatta ancora esperienza, e spesso continuare a “credere” in qualcosa porta a non fare mai esperienza diretta di quel qualcosa. Umberto Galimberti nel suo bellissimo libro Il segreto della domanda”, ci ricorda ciò con un esempio:  se sono a conoscenza del fatto che 2 + 2 fa 4, allora non ho bisogno di crederci, perchè lo so e basta.

Il credere preclude la possibilità di esperienza. Serve forse in certi momenti di passaggio, necessari, che devono – o dovrebbero – essere puntualmente maturati, trasformati, portati ad esperienza.

Anche l’esperienza del numinoso, del sacro, del senso dello spirituale presente in ogni uomo e in ogni donna, sono assolutamente primari, vitali, e fermarsi semplicemente a “crederci”, in tale accezione, è come rimanere sempre in un grembo materno, protetti, custoditi, non esposti all’esperienza reale e forte di queste “cose”, e ciò è normale: se “credo”, non ho bisogno di esperire, mi va bene “credere”, ciò mi basta, perchè dovrei esperire ciò in cui già credo?

Conosciamo decine e decine di persone nella nostra vita, ad esempio, che hanno sempre detto “io credo in Gesù Cristo”“io credo nelle vie orientali”, “io credo io credo io credo e blablablabla…”. Credono soltanto in nomi, in etichette vuote,  nel nominalismo culturale: concetti vuoti. Vi è a volte così poca esperienza umana e senso dell’umano in questi vacui credere, che forse più che vacui (vuoti) sono niente, sono nientificazioni, quindi nientificano l’esperienza, l’annullano.

Jung in un’intervista del 1959 con John Freeman per la BBC ebbe a dire una volta una cosa molto bella, che faceva parte di lui, un atteggiamento d’alta umiltà che era parte della sua costituzione psichica e che si intensificò con l’età:

«Io non “credo”;John-Freeman-and-Jung-March-1959-Marzo-Interview-Intervista.jpg devo trovare una ragione a sostegno di una certa ipotesi.

Oppure so una cosa, e allora la so, e non ho bisogno di crederci.  Io non mi permetto, per esempio, di credere in una cosa per il gusto di crederci…
Non ci riesco. Ma quando esistono sufficienti ragioni a favore di una certa ipotesi, allora l’accetto… naturalmente.»

Qui di seguito dei famosi versi sulla necessità di non credere a nulladi Gautama Siddharta, detto altresì il Buddha, tratti dal bellissimo testo antico che raccoglie i suoi insegnamenti principali, il Dhammapada:

 Non credere alle tradizioni che si tramandano da generazioni,
 Non credere in nulla di cui si parli da molto tempo,
 Non credere ad affermazioni scritte da un vecchio saggio,
 Non credere nelle ipotesi,
 Non credere nei maestri,
 negli anziani, nelle autorità;
 Ma se dopo attenta osservazione, analisi e pratica,
 ciò è ragionevole e di beneficio a tutti,
 accettalo e vivi d’accordo con esso”


Riferimenti:

  • Articolo originale di http://www.jungitalia.it
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