Sei a casa. Rilassato. Hai avuto una giornata fantastica. Sei in vena di fare l’amore.

Metti su un po’ di musica e versi due bicchieri di vino. Il tuo partner torna a casa e pensi, “Diamoci dentro”. Baciate la vostra metà e suggerire di andare in camera da letto. Ma lui o lei si allontana. Notate subito che è nervoso; ti dice che ha avuto una giornata lunga e che è stanco, troppo stanco per pensare anche di fare sesso.

Ma, ehi!, grazie per il vin0!

Secondo Catherine Bellwald, soprattutto le donne, ma anche gli uomini, non di rado si avvicinano ai 40 anni provando un totale rifiuto della vita sessuale, una  sorta di chiusura della sfera erotica.

Il più delle volte il problema inizia gradualmente con dei semplici “non mi va”, “oggi non ho voglia” che però diventano sempre più frequenti.

Talora il tutto parte da dei malcontenti o insoddisfazioni di vario genere e come in tutti gli atteggiamenti potenzialmente patologici si pensa che è un momento passeggero e che poi passerà da solo, ma il più delle volte non è così.

Uomini e Donne

Quando è l’uomo ad essere il “rifiutato”, spesso si tende a ragionare secondo i bias della “mascolinità” o del “copione sessuale”, che identificano la voglia di fare l’amore dell’uomo in un semplice bisogno fisico e vedono “naturale” il fatto che sia lui a dover prendere l’iniziativa, mentre la donna ha il ruolo di acconsentire o rifiutare.

In realtà, è difficile prendere l’iniziativa, soprattutto se si pensa che il rifiuto sessuale può essere dietro l’angolo. Il rifiuto porta ad un calo della stima di sè e della sicurezza personale, ponendo dubbi sulla propria mascolinità e identità come uomo. L’uomo costretto alla asessualità non si sente veramente uomo e da una ricerca di Muise, A. e coll. si può vedere come nel tempo (non si parla qui di un singolo rifiuto) esso smetta di cercare la campagna e il rapporto sessuale, poichè l’essere rifiutati diventa sempre più difficile da sostenere, tanto che si iniziano a sottovalutare anche i momenti in cui è l’altro a dare segnali positivi in questa direzione.

Il problema si pone anche nell’altro sesso.La donna, che non si sente più desiderata, crede di non essere più attraente e può perdere sicurezza in se stessa. Così molte donne, mettendo in dubbio la propria femminilità, ricorrono ad operazioni di chirurgia estetica o a vari interventi di bellezza, che, non portando risultati, minano solamente di più al loro morale e alla loro volontà di “riparare” alla situazione vissuta come problematica.

Spesso, in questo caso, il compagno si pone sulla difensiva nell’affrontare l’argomento, non è empatico o non vuole affrontare in alcun modo un evidente problema organico.

Le conseguenze negative del rifiuto sono varie sia per il genere femminile che per quello maschile.

L’uomo è più incline a diventare aggressivo  verbalmente, talora anche fisicamente. Tra i partner inizia spesso una vera e propria guerra psicologica fatta di risentimenti, chiusure, sensi di colpa, insoddisfazioni, battute e critiche. Per quello che riguarda la donna la sua reazione è di solito meno aggressiva e direttamente espressa e non è infrequente che si possa  chiudere in se stessa giudicando anche inconsciamente che la colpa possa essere la sua.  A volte, per evitare di scatenare il desiderio nel compagno si rischia di arrivare a  una eliminazione quasi totale dell’affettività, niente baci, niente carezze, nessuna espressione di affettuosità.

Comunicare: vincere insieme, o perdere insieme

Appurato che il problema non riguardi una disfunzione sessuale, uscire dagli scenari sopra descritti è una “questione di coppia“.

La cura è la comunicazione: In una relazione funzionale i partner dedicano del tempo a parlare esplicitamente della loro relazione e a risolvere conflitti. Quindi, se c’è qualcosa dell’altro che ci disturba la cosa migliore è parlargliene, invece di comportarci in modo di farglielo capire, perché non è affatto detto che ciò avvenga.

Una coppia è tanto vitale quanto più sa vivere il conflitto come un’occasione di confronto e mutamento della propria relazione, ma spesso c’è il timore che il conflitto distrugga la coppia stessa e di conseguenza ci si ritrova a negare il disagio, interrompere la comunicazione, si colpevolizza altro e si sposta il conflitto su altri aspetti.

Chi ha iniziato per primo? Tutti e due e nessuno allo stesso tempo.

Per uscire da questa spirale di attribuzione di colpa bisogna considerare il proprio comportamento non solo come una risposta appropriata a quello degli altri, ma anche come uno stimolo al comportamento di coloro che ci circondano.

NON ESISTONO SOLUZIONI SEMPLICI.

Iniziare ad informarsi può essere il primo passo verso il cambiamento: spesso la lettura può portare ad un cambio di prospettiva sull’argomento, necessario da parte di entrambi i partner.

Se pensate di voler stare meglio con la vostra metà, non abbiate paura di rivolgervi ad uno psicologo di coppia, stimolerà il pensiero, la comprensione reciproca, l’ascolto e la comunicazione.

Se volete cambiare, avete già compiuto il primo passo nella giusta direzione.

 


Riferimenti:

(Riferimenti Bibliografici all’interno degli articoli)

 

Annunci