IN BREVE: Selma Fraiberg, seguendo la strada aperta da Anna Freud e Klein, svela quello che è il volto delle proiezioni materne sui figli, fantasmi che si aggirano nella stanza dei bambini e la cui influenza maligna si scorge dai segni sul loro corpo e sulla loro mente. Finalmente le madri entrano di diritto nel setting terapeutico, insieme ai figli. Solo una comprensione e un ascolto empatico delle stesse può portare alla fuga i fantasmi.


Fraiberg e i ghosts in the nursery, i fantasmi nella stanza del bambino 

L’esperienza di Selma Freiberg in campo clinico la porta, nel 1975, a pubblicare, in collaborazione con Adelson e Shapiro, l’articolo “Ghost in the nursery” (I fantasmi nella stanza dei bambini), che divenne la pietra miliare del suo lavoro.

Chi sono i “Fantasmi nella culla”? Ci dobbiamo preoccupare?

Nell’articolo, gli autori spiegano, in modo figurativo, che nella stanza di ogni bambino ci sono dei fantasmi, in visita dal passato non ricordato dei genitori. Nelle situazioni migliori questi visitatori, ostili e non invitati, vengono cacciati dalla stanza dei bambini e ritornano alla loro dimora sotterranea. Il bambino fa la sua imperativa richiesta di amore al genitore e, proprio come nelle fiabe, i legami d’amore proteggono il bambino e i suoi genitori dagli intrusi, i fantasmi maligni. Questo non vuol dire che i fantasmi non possano causare guai dalle loro tombe. Persino nelle famiglie dove i legami affettivi sono stabili e forti, in un attimo di disattenzione, dal passato dei genitori gli intrusi possono trovarsi a rappresentare un momento di una scena di un altro tempo con un’altra compagnia di attori.

Gli autori considerano le fantasie e i ricordi materni al centro di un processo patogeno che porta alla genesi di una relazione genitore-bambino disturbata o alla formazione di una sintomatologia dello stesso.

Il contributo della Freiberg rivoluziona il modo di considerare la relazione madre-bambino, facendo entrare le Reveries, le preoccupazioni, le fantasie e le identificazioni proiettive della madre, insieme al bambino, all’interno dello scenario clinico.

La principale innovazione del contributo dell’autrice consiste nel riconoscimento che il resoconto dei fatti descritti dal genitore non è un sostituto dell’osservazione diretta dell’interazione genitore-bambino. E’ attraverso l’osservazione diretta che ella infatti riesce a cogliere i fantasmi, quegli ospiti inattesi, trasferiti da un passato di violenza, trascuratezza, abuso – non ricordato a causa della rimozione di affetti dolorosi – e che impediscono alla madre di ascoltare i segnali del bambino.

Partendo da questo assunto, in ambito terapeutico l’obiettivo è quello di veder mutare i sentimenti e il comportamento materno verso il bambino: ciò si verifica quando un genitore diventa in grado di far risalire l’ambivalenza, la collera o il rifiuto verso il figlio alle proprie esperienze infantili.

Il sostegno emotivo è una componente chiave della psicoterapia bambino-genitore in quanto la comprensione empatica del terapeuta è considerata un ingrediente essenziale per dare ai genitori il coraggio di esplorare se stessi e di trovare nuove e più salutari modalità di comportamento con i propri figli. Sostegno che deve unirsi quello pratico, in cui l’assistenza concreta degli operatori nel risolvere problemi di ordine quotidiano è uno strumento fondamentale.

Conludendo

Solo con un approccio comprensivo e un ascolto empatico della madre da parte del terapeuta, potrà far sì che ella si senta “tenuta insieme” e si liberi dalle esperienze passate traumatiche.

La madre, venendo ascoltata potrà ascoltare a sua volta.

Riferimenti:
  • Psicologia clinica dell’età evolutiva, Renata Tambelli, 2012